L’ANDAMENTO DEI SALARI IN ITALIA, CRONACA DI UN DECLINO

A leggere il programma del Festival dell’Economia di Trento del 2022 tra green economy, transizione energetica, sviluppo sostenibile, digitalizzazione, PNRR e parità di genere sembra proprio che non ci sia stata l’occasione di parlare di quota salari italiani.

Eppure analizzando i dati OCSE è piuttosto evidente che in Italia vi sia un grosso problema relativo alla retribuzione del lavoro, soprattutto se paragonato a quello che è successo negli altri Paesi nel periodo che va dal 1990 al 2020.

Grafico 1 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati OCSE

Le rilevazioni OCSE sono misurate in prezzi costanti in USD, utilizzando l’anno base 2016 e la parità di potere d’acquisto (PPP) per il consumo privato dello stesso anno.

L’Italia ha il poco invidiabile primato di essere l’unica nazione ad aver avuto una variazione negativa nel trentennio di riferimento, mentre la media dei Paesi dell’organizzazione registra un +33%.

Nel 1990 i redditi italiani erano al 12° posto tra le nazioni OCSE con un +2.000$ rispetto alla media rilevata, mentre nel 2020 i salari nazionali sono scivolati al 24° posto, con una perdita di ben 11.396$ rispetto al valore intermedio.

Una simile prestazione negativa lascia poco spazio alle giustificazioni: è stato un disastro politico, economico e sociale, 30 anni persi!

Analizzando nel dettaglio i dati nazionali otteniamo il seguente andamento.

Grafico 2 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati OCSE

Dal grafico si nota abbastanza chiaramente che ci sono tre precisi momenti storici in cui improvvisamente i salari italiani hanno subito una brusca discesa, che andremo ad analizzare nel dettaglio.

IL 1992 E L’USCITA DALLO SME

L’Italia con lira è nello SME, un sistema di fissazione del cambio con un ristretto range di oscillazione. Il Belpaese si trova in un contesto economico complicato, con la disoccupazione in aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente (da 8,3% di set. 2011 al 10,8% di set. 2012), un deficit del 30% della bilancia dei pagamenti verso l’estero ed al centro di una manovra speculativa dei mercati. Il Governo Ciampi impegnò il 25% delle riserve per difendere il cambio e restare agganciato allo SME, fin quando la situazione diventò insostenibile ed obbligò l’Italia ad uscire dal sistema di cambi fissi, in data 16 settembre 1992. A quel punto la lira si svalutò del 35% in 15 mesi rispetto al dollaro e permise all’economia italiana di recuperare rapidamente competitività rendendo i propri prodotti più convenienti sul mercato, dando il via ad uno dei momenti più fiorenti per il made in Italy. La ripresa economica riportò l’andamento dei salari su un percorso di crescita sostenuto.

2011 E L’AVVENTO DELL’AUSTERITÀ

La crisi della Lehman Brothers, scoppiata negli USA nel 2008, aveva generato panico nei mercati finanziari con un brusco rallentamento nella circolazione mondiale di capitali. Questo comportò nei Paesi che avevano un forte indebitamento dei conti verso l’estero la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, diminuendo le importazioni e possibilmente aumentando l’export. Parliamo ovviamente di indebitamento privato, visto che il rapporto deficit/PIL in quegli anni in Italia era in calo.

Grafico 3 Elaborazione C.S.P.E. di UNARMA su dati Osservatorio CPI

In un sistema di cambi fissi per riequilibrare i conti con l’estero “o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Per diminuire le importazioni bisognava ridurre la domanda interna, e quindi i redditi, come ammesso dallo stesso Primo Ministro dell’epoca in un intervento alla CNN. L’austerità pertanto non servì a migliorare i conti pubblici, che infatti peggiorarono (grafico 3), ma aveva un duplice scopo: diminuire le importazioni riducendo la capacità di spesa degli italiani e rendere più competitivi in termini di prezzo i beni domestici grazie ad un costo del lavoro più basso (grafico 2). Tra l’altro tutte le riforme che si sono susseguite in quegli anni non hanno fatto altro che precarizzare il mercato del lavoro, infatti nel grafico 2 si vede bene che il recupero dopo “la crisi” è stato molto lento e 8 anni dopo, alla vigilia della pandemia, non si erano ancora recuperati i livelli di salario pre 2011.

2020 E LA GESTIONE DELLA PANDEMIA

Il 2020, come tristemente noto, è legato alla crisi pandemica della Sars-Cov-2. L’Italia per contrastare una emergenza di natura sanitaria ha messo in campo principalmente misure di ordine e sicurezza pubblica con chiusure, obblighi, divieti e restrizioni. Il risultato a livello economico è stato drammatico, con interi settori messi in ginocchio – turismo e ristorazione in primis – e con pesanti ripercussioni sul piano occupazionale e sulle ore lavorate: ciò ha comportato una perdita del 5,92% della quota salari in un solo anno. Altri Paesi, con un approccio meno oltranzista, hanno registrato una minore perdita di redditi (Spagna -2.90%) o addirittura hanno visto la media dei loro salari crescere, come ad esempio la Svezia (+1,30%) e l’Olanda (+2.35%), senza avere tuttavia una peggiore risposta in termini di perdita di vite umane e pressione dei sistemi sanitari rispetto all’Italia.

L’INFLAZIONE E L’INDICIZZAZIONE DEI SALARI

E veniamo ai giorni nostri. La crescente inflazione, dovuta all’aumentare dei costi dell’energia, delle materie prime e dei beni alimentari, sta erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie italiane, in uno scenario in cui il livello delle retribuzioni è fermo da 30 anni. In tale situazione, atteso che l’inflazione sarà sostenuta e persistente, sarebbe opportuno reintrodurre lo strumento dell’indicizzazione dei salari all’andamento del livello generale dei prezzi. Questa misura avrebbe anche la funzione di favorire la produzione nazionale garantendo mercato domestico alle imprese; la pandemia e le sanzioni seguenti alla guerra tra Russia e Ucraina hanno infatti reso evidente come la domanda estera sia fortemente influenzata dai turbamenti geopolitici internazionali. La domanda interna, se sostenuta da un adeguato livello salariare, diventa un elemento essenziale di crescita del Paese. Al contrario, il sostentamento delle famiglie “a debito”, come abbiamo già visto in passato, genera squilibri precursori di crisi finanziarie, che inevitabilmente portano all’adozione di misure che peggiorano il quadro macroeconomico nazionale.