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UNARMA, MALESSERE DEL PERSONALE FEMMINILE

da | Lug 5, 2023 | News | 0 commenti

Al ministro della Difesa Guido Crosetto

Al ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella

Al comando generale dell’Arma dei Carabinieri

Malessere del personale femminile impiegato in questa Amministrazione
Questa Associazione Sindacale Carabinieri UNARMA ha lo scopo di favorire la promozione, la cura e la tutela del benessere del personale, interconnesso quest’ultimo nella sua accezione più ampia e normativamente orientata al “benessere organizzativo”, con cui si intende comunemente la capacità dell’organizzazione di garantire il benessere fisico, psicologico e sociale di tutti i militari. A titolo meramente collaborativo e al primario scopo di mettere a conoscenza codesta amministrazione e consentirle di esercitare il diritto di garantire il benessere e la salute psichica a tutto il personale dipendente, questa Associazione intende rappresentare quanto segue:
Giungono a questa Segreteria numerose segnalazioni e lamentele da parte di militari donne, iscritte e non a questa Associazione, relativamente a disparità di trattamento, nell’ambito dei reparti in cui operano, prettamente legate alla specifica condizione d’essere donna. Riscontrando un maggior malessere psicofisico sofferto tra il personale femminile, questa Associazione ha dato vita ad un settore esclusivo e specifico: “Compartimento Unarma Donna”.
Nello specifico, molte colleghe lamentano una vera e propria azione discriminatoria, purtroppo anche in taluni eventi particolari della vita delle donne, ovvero in gravidanza ed in allattamento. Difatti molte di esse, non potendo essere impiegate in attività operative, per una questione di natura fisiologica correlata a quel particolare periodo di vita, vengono etichettate come “un problema” in quanto impiegabili soltanto in ufficio e non in servizi quali ordine pubblico o pattuglie. A ciò si aggiunge il fatto che questa doverosa necessità, di essere adibita in mansioni considerate -ahimè- “minori”, comporterebbe automaticamente delle svalutazioni da parte dei comandanti superiori diretti, che le considerano non consone o inidonee o di rendimento inferiore tanto che, nelle famose e temute “note caratteristiche”, molte donne si sarebbero viste attribuite aggettivazioni più scarse e comunque un rendimento in generale inferiore allo standard “obiettivamente” maturato.

Orbene è risaputo che vi è sempre possibilità di fare ricorso per vedersi riconosciuto il giusto merito, ma è plausibile che una mamma in attesa, in coincidenza di un evento tra i più belli della sua vita, all’atto dell’apposizione della firma alle note, abbia il suo unico pensiero rivolto all’amore che porta in grembo, piuttosto che a fare un ricorso “così come previsto”.
Nondimeno si segnalano anche mamme in dolce attesa oggetto di inutili e veementi asserzioni, irriverenti e di bassa lega, rivolte alla frequenza delle gravidanze, del tipo: “questa è di nuovo incinta, un figlio all’anno”, come se concepire uno o più figli sia la misura della sua attività sessuale, invadendo quella prossemica sfera intima della collega con asserzioni puerili e sottintendendo che più figli si fanno più si è sessualmente attivi, per non parlare di sorrisi maliziosi e mimiche onomatopeiche volte a simulare anche le capacità del partner.
È evidente che siffatta sub-cultura retrograda, alla base di taluni comportamenti degli “uomini” figli di Mamma Arma (per fortuna pochi), che si verificano in danno delle nostre colleghe, deve essere totalmente eradicata così come devono essere perseguiti ed anzi condannati tutti quei comportamenti ed atteggiamenti maschilisti che, diciamoci la verità, quanto sarebbero graditi se fossero indirizzati alle nostre mogli o alle nostre figlie?
Dunque una donna in gravidanza militare dell’Arma, non solo deve avere “a che fare” con la nuova vita che ha concepito, un evento assolutamente eccezionale, totalizzante e faticoso, ma deve scontrarsi pure con il “malessere” nell’ambiente di lavoro provocato da quei colleghi che, tra un falso augurio e l’altro, la valutano come un “peso” perché durante quel noioso lavoro d’ufficio può accedere ai permessi per visite ed esami perinatali, arrecando un danno “irreparabile” a quel reparto.
Per non parlare del tanto agognato allattamento, che sembrerebbe visto come un modo “perfetto” per la collega di lavorare poco o meno (per cui impieghiamola in servizi esterni, tanto se succede qualcosa deve lavorare per forza), o peggio ancora della malattia figlio e dell’esenzione dai servizi notturni.
Succede persino che una militare che usufruisce delle due ore di allattamento pare venga addirittura interpellata sul tipo di allattamento che sta praticando, quindi se sia vero che deve rientrare a casa per “dare il seno” al neonato! Una vergogna! Il buon senso del Comandante, infatti, ancor più se di Stazione, dovrebbe suggerire che una mamma che “allatta” deve rientrare a casa dal proprio pargolo e non può essere impiegata, a meno che non vi sia espressa richiesta, in servizi che la potrebbero costringere, qualora dovessero verificarsi eventi imprevedibili, a prolungamenti di orario. Chi glielo dice a quel neonato che la mamma a casa non può tornare perché sta rilevando un incidente o sta arrestando un ubriacone oppure perché deve mettere in sicurezza una vittima da codice rosso? Glielo dice il suo Comandante? Ma cos’è ormai il buon senso di taluni Comandanti? Rappresentano costoro ancora il mitologico “buon padre di famiglia”?
Non vogliamo eccedere con una informazione che, comprendiamo, può apparire pungente, ma rappresenta la realtà di tante figlie dell’Arma. Ricordiamo che l’attuale governo ha preso a cuore il tema della natalità e ha rivendicato con coraggio alcune scelte che sono fondamentali per la crescita della nostra società. Auspichiamo quindi, serenamente ed allo stesso tempo con fiducia, che il Comando Generale prenda seria posizione affinché episodi come quelli indicati, in palese violazione del D.lgs. 198/2006 e
s.m.i. “codice delle pari opportunità”, non abbiano a verificarsi e siano sensibilizzati i Comandanti ad ogni livello allo scopo di rimuovere incrostati pregiudizi e comportamenti discriminatori nei confronti del “sesso debole”, non perché lo sia, ma per prendere piena coscienza che un militare donna nell’Arma è, sovente, anche una mamma e questa “particolarità” (se così vogliamo definirla) non deve in alcun modo inficiare la considerazione e l’atteggiamento dei colleghi uomini nei suoi confronti. Chiediamo dunque che il Comando Generale voglia incoraggiare, sostenere e supportare a 360 gradi il mondo femminile, compiendo un profondo lavoro su tutti i militari di ogni ordine e grado, al di là delle comunicazioni di facciata, in modo che siano scevri da qualsivoglia discriminazione e anacronistiche considerazioni personali. Non vorremmo che la nostra amata Benemerita, a cui siamo tanto legati ed attaccati, possa essere definita sessista e maschilista. Lungi da noi voler fare di tutta l’erba un fascio, ma il lavoro da compiere deve partire dalle fondamenta ed estendersi a tutti i livelli, condannando qualsivoglia azione discriminatoria rivolta all’essere “donna”. Quanto sopra esposto riflette negativamente sul benessere psicofisico ed economico del personale, quindi, rilevato che tra gli interessi primari di questo Associazione, portatrice di interessi diffusi, vi è la tutela dei diritti soggettivi che intende salvaguardare, si ritiene necessario, attraverso la presente, richiedere l’intervento di codesto Comando, affinché si possa giungere ad una rapida soluzione della problematica.
Salvis iuribus

La presente ai sensi e per gli effetti della Legge 241/90, assume carattere di procedimento amministrativo, nell’ambito del quale, la scrivente Associazione, assume la titolarità di una passione giuridica, in astratto configurabile come interesse legittimo, dal quale ne deriva la possibilità/interesse ad agire in ogni competente sede giustiziale e/o giurisdizionale.

Unarma – Compartimento Donna