Durante la manifestazione abbiamo ascoltato dichiarazioni spontanee da parte di un dirigente di una sigla sindacale che nulla hanno a che fare con il rinnovo contrattuale e precisamente:
Nel dibattito seguito al rinnovo del contratto del Comparto Sicurezza e Difesa abbiamo assistito a una sovrapposizione tra ciò che è materia di contrattazione e ciò che, invece, appartiene ad ambiti completamente diversi.
Ci chiediamo, ad esempio, quale rapporto abbia il rinnovo del contratto nazionale con il sacchetto viveri nei servizi di Ordine Pubblico o con i procedimenti disciplinari avviati nei confronti dei militari.
La risposta è semplice: nessun rapporto diretto.
Sono temi importanti, che meritano attenzione e sui quali ogni organizzazione sindacale ha il diritto e il dovere di intervenire. Tuttavia, si tratta di questioni che attengono all’organizzazione del servizio, ai regolamenti interni, ai provvedimenti amministrativi o, in alcuni casi, alla normativa vigente. Non sono materie che possono essere risolte attraverso il rinnovo del contratto nazionale.
Confondere questi piani significa creare aspettative che lo strumento contrattuale, per sua natura, non può soddisfare.
Il contratto collettivo ha un compito preciso: disciplinare gli aspetti economici e normativi demandati alla contrattazione, nei limiti stabiliti dalla legge. Non può sostituirsi al legislatore, modificare autonomamente l’organizzazione dell’Amministrazione o intervenire su materie che richiedono percorsi normativi differenti.
Per questo motivo, valutare un rinnovo contrattuale sulla base di questioni che esulano dalle competenze del tavolo negoziale rischia di generare un giudizio non corretto sullo strumento e sui risultati ottenuti.
Un sindacato serio non promette ciò che non può realizzare. Ha il dovere di spiegare quali obiettivi possono essere perseguiti attraverso la contrattazione e quali, invece, richiedono un confronto con l’Amministrazione o un intervento del legislatore.
La tutela del personale passa anche dalla correttezza dell’informazione.
Ogni problema deve essere affrontato nella sede competente: il contratto serve a migliorare il trattamento economico e normativo; il confronto con l’Amministrazione serve a incidere sull’organizzazione del servizio; il legislatore interviene quando sono necessarie modifiche strutturali.
Ed è proprio la mancata distinzione tra questi livelli che alimenta un modello di rappresentanza che potremmo definire pop-sindacalismo del diniego: una modalità nella quale il rifiuto dell’accordo diventa il principale elemento identitario e il consenso viene costruito prevalentemente attraverso la contrapposizione.
La critica è fondamentale quando è accompagnata da proposte concrete, sostenibili e realizzabili. Ma quando ogni risultato viene giudicato esclusivamente per ciò che manca, senza considerare i limiti normativi, finanziari e istituzionali, il rischio è quello di trasformare il sindacato in un semplice amplificatore del malcontento.
La contrattazione, invece, richiede responsabilità: significa ottenere il massimo risultato possibile nelle condizioni esistenti, senza rinunciare a perseguire ulteriori miglioramenti attraverso gli strumenti adeguati.
La credibilità di un sindacato si misura dalla capacità di incidere, proporre e ottenere risultati concreti. Non dalla capacità di respingere ogni soluzione imperfetta, ma dalla capacità di costruire, passo dopo passo, condizioni migliori per il personale rappresentato.
