INFLAZIONE E CRISI ECONOMICA. COME L’INDICIZZAZIONE DEI SALARI PUO’ RISOLLEVARE L’ITALIA

Dal 1° luglio lo stipendio di 5,7 milioni di dipendenti pubblici francesi è stato aumentato del 3,5% per fronteggiare il costante aumento dell’inflazione. Tale misura, sebbene non appaia sufficiente a pareggiare il caro vita, indica chiaramente che il Governo transalpino è consapevole che l’aumento dei prezzi non è un fenomeno passeggero e quindi mette in campo misure straordinarie per fronteggiare la situazione.

In Italia, invece, il Governo Draghi oltre a qualche misero bonus inserito nel cd. “Decreto Aiuti”, che ieri ha ricevuto la fiducia alla Camera dei Deputati, non sembra abbia granché interesse a proteggere i cittadini dell’incedere degli indici dei prezzi al dettaglio, che ormai anche gli analisti più ottimisti definiscono sostenuto e persistente. Eppure anche a giugno l’inflazione ha continuato a crescere registrando un aumento dell’8% da inizio anno (+1.2% su base mensile). Per trovare un livello così alto dobbiamo tornare indietro fino al 1986 quando però era ancora in vigore “la scala mobile” che contrastava l’aumento del costo della vita.

Il Centro Studi Politico Economico del sindacato dei Carabinieri UNARMA continua a ritenere che l’introduzione dell’indicizzazione dei salari all’inflazione sia la soluzione migliore non solo per tutelare il potere d’acquisto delle famiglie, ma anche per sostenere i consumi che stanno registrando un brusco rallentamento a causa dell’impennata dei costi al dettaglio.

L’asimmetria delle azioni dei paesi UE nella gestione dell’inflazione e nella tutela dei lavoratori e delle imprese rende il “ce lo chiede l’Europa” uno slogan vuoto, il vincolo esterno da utilizzare quando c’è da far digerire misure recessive che penalizzano soprattutto le classi più deboli.