Focus sull’incremento dei prezzi del settore agroalimentare cum grano salis.

La spirale inflazionistica che ha interessato il nostro Paese non risparmia neanche il comparto agroalimentare che, con l’esplosione dei prezzi al dettaglio, sta pesantemente erodendo il potere d’acquisto delle famiglie italiane.

Per verificare l’andamento dei prezzi abbiamo consultato la Borsa Merci di Bologna, punto di riferimento italiano per le contrattazioni dei prodotti agricoli, in particolare per quanto riguarda il grano tenero, il grano duro ed il granoturco ad uso zootecnico.

Il grano tenero, utilizzato per produrre pane, farine e biscotti, partendo da un valore medio mensile di € 236,10 di aprile 2021 è arrivato alla quotazione odierna di € 419,50, ovvero un aumento del 78%. L’Italia importa circa il 60% del fabbisogno di frumento tenero principalmente da Paesi UE, mentre dall’Ucraina compriamo una quota marginale che si attesta intorno al 3-5%.

Nello stesso periodo il grano duro è passato da € 289,20 ad € 525,50 a tonnellata, facendo registrare un incremento dell’82%. Canada ed Italia sono i principali coltivatori di frumento duro a livello mondiale, tuttavia il Belpaese è anche tra le prime nazioni importatrici in quanto la produzione domestica non è in grado di soddisfare il fabbisogno interno, quasi totalmente assorbito dell’industria pastaria.

Il granoturco, invece, ha avuto un aumento del 56%, passando da € 240,80 ad € 376,00; atteso che lo stesso viene utilizzato come mangime per gli animali vi sono ricadute sul costo di latte, uova e carni. Ucraina e Russia hanno un ruolo importante in questo mercato essendo rispettivamente il 4° ed il 7° tra i Paesi esportati a livello globale.

Come si vede bene dal grafico gli aumenti sono iniziati molto prima dello scoppio della guerra tra Russia ed Ucraina e sono stati influenzati dalla crescita dei costi energetici e dei trasporti nonché dall’aumento dei listini all’ingrosso del mercato globale. Quest’ultimo evento si è verificato a causa di una minor offerta di materia prima visto il calo delle forniture dei principali Paesi esportatori – Canada in primis – che non hanno avuto una felice produzione stagionale.

Il conflitto in atto si è inserito in tale contesto, esacerbando la pressione sui mercati internazionali soprattutto per quei prodotti – tipo mais e frumento tenero – di cui i due paesi belligeranti detengono una quota importante a livello mondiale in termini di esportazioni.

Il settore agricolo vive una congiuntura di forte sofferenza dovendo affrontare spese in costante crescita per avviare le operazioni colturali stagionali. In tale ambito, oltre alle maggiori spese da sostenere per l’approvvigionamento dei fertilizzanti per le ragioni già esposte, bisogna tenere presente che la Russia, in risposta alle sanzioni occidentali, ha raccomandato ai propri produttori di fermare il commercio estero dei concimi di cui detiene la quota del 13% dell’export globale (fonte Coldiretti); tale misura finirà per far lievitare ulteriormente i costi di produzione generando incertezza per i futuri prezzi al dettaglio. La situazione generale sta rendendo insostenibile l’attività economica del comparto agroalimentare che non riesce più a garantire i giusti profitti a tutta la filiera produttiva.

Questo Centro Studi evidenzia che l’Italia nel campo dei cereali è largamente dipendente dalle importazioni estere e pertanto è esposta alla volatilità dei mercati nonché all’evolversi della situazione geopolitica internazionale; in tale contesto va rimarcato il totale immobilismo del Governo che, nonostante già nel 2021 si fossero registrati aumenti superiori al 50% rispetto ai listini del 2019, non ha messo in campo alcuna misura per contrastare questa tendenza a tutela dei produttori e dei cittadini italiani. Oltre alla mancanza di azioni immediate, si denota l’assenza di visione prospettica e progettuale dell’esecutivo per rivitalizzare e rilanciare un comparto strategico per l’economia italiana, sia in termini di PIL che a livello occupazionale.

Più in generale si deve constatare il fallimento delle politiche di globalizzazione poste in essere nell’ultimo trentennio, nelle quali si è privilegiato delocalizzare laddove vi fossero costi di produzione inferiori. Prima il covid ed ora la guerra stanno mettendo a nudo tutti gli squilibri che un tale sistema porta con sé, in cui è sufficiente il rallentamento delle catene di approvvigionamento in un numero limitato di Paesi per paralizzare interi settori e determinare l’impennata dell’inflazione.