Aumento dei costi energetici, tra disfunzionalità del mercato ed avventate politiche ambientali.

Il vertiginoso aumento del costo energetico e le sue ripercussioni sulla vita di Carabinieri, famiglie ed aziende italiane merita una profonda riflessione per comprenderne le ragioni ed intravederne l’evoluzione. 
Questo Centro Studi Politico-Economico evidenzia che l’esplosione dei costi energetici è molto antecedente all’esacerbarsi delle tensioni tra Russia ed Ucraina, come peraltro già rilevato in un precedente approfondimento e pertanto svilupperemo la nostra analisi fermandoci ai dati di febbraio 2022.
Per il nostro studio abbiamo utilizzato le quotazioni di mercato fornite dal GME (Gestore Mercati Energetici) per il mercato del gas e dell’energia elettrica.
Per quanto attiene i prezzi del gas, partendo da una quotazione media di € 18,975 di ottobre 2019 si arriva ad € 82,832 di febbraio 2022 ovvero un aumento del 436,53%, dopo aver toccato a dicembre 2021 la media di € 113,334 per MWh.
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati GME
L’energia elettrica è passata da una media annuale di € 51,60 del 2004 ad un costo di € 211,69 a febbraio 2022, registrando un aumento del 410,25%. 
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati GME
Secondo questo Centro Studi gli aumenti sono riconducibili principalmente a due fattori: Mercato europeo ETS e l’acquisto dell’energia dal mercato SPOT.
Il Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione (ETS) è il principale strumento adottato dall'Unione Europea, in attuazione del Protocollo di Kyoto, per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra nei settori energivori. Tale sistema prevede l’assegnazione di quote di CO2 a titolo oneroso attraverso aste pubbliche europee. I produttori possono, altresì, comprare e vendere quote tra loro, attraverso accordi privati o rivolgendosi al mercato secondario del carbonio. Il protocollo prevede la riduzione entro il 2030 del 40% della CO2 rispetto ai livelli del 1990, mediante una diminuzione delle quote disponibili fino ad un tetto massimo del 2,2% annuo. Avendo quindi creato un mercato dove la quantità offerta è fissata per legge - e diminuisce di anno in anno - ecco che a parità di domanda, o in occasione di crisi energetiche, il prezzo sale. 
Difatti, analizzando l’andamento dei prezzi della CO2 a tonnellata dal 2015 ad oggi, notiamo un aumento del 1.093% del suo costo. 
Elaborazione Centro Studi Politico-Economico UNARMA su dati SENDECO2
Il prezzo SPOT, invece, è il valore che si forma il giorno prima della consegna del gas e dell’energia elettrica e si determina secondo la logica del prezzo marginale. Si tratta del meccanismo in uso in gran parte delle borse europee per fissare il costo dell’elettricità, facendo incrociare la domanda (che per il settore energetico è rigida) e l’offerta da parte dei vari produttori.
Generare energia elettrica non ha un costo unitario ma dipende dalla fonte di produzione: quelle rinnovabili hanno costi molto bassi mentre l’elettricità prodotta dal gas è ovviamente più onerosa in quanto risente delle variazioni di prezzo della materia prima. La cosa paradossale è che in questo sistema il prezzo finale è determinato dal costo di produzione più caro anche per le fonti di energia più economiche.
Il sistema del prezzo marginale nasce in Gran Bretagna per liberalizzare il mercato dell’elettricità e per evitare di penalizzare i vecchi impianti a carbone, che offrivano elettricità a prezzi molto bassi, a scapito di impianti nuovi che producessero energia in maniera più efficiente e meno inquinante, ma a prezzi notevolmente più alti. Il prezzo marginale, pertanto, consentiva alle nuove fonti di energia di entrare nel mercato non risentendo del fattore prezzo. Oggi si fa fatica a comprendere l’utilità di tale sistema visto che le fonti rinnovabili sono molto più economiche di quelle fossili; contratti a lungo termine avrebbero garantito una maggiore stabilità dei prezzi ed avrebbero maggiormente tutelato i consumatori.
Un altro aspetto che condiziona i prezzi SPOT è quello dei vincoli di rete tra i paesi europei essendo questi interconnessi tra loro. Tra paesi confinanti vi sono linee transfrontaliere, per cui offerta e domanda si influenzano reciprocamente essendo vincolate dal trasporto di energia. Quindi i prezzi di una singola nazione sono collegati a quelli di altri Paesi anche se le fonti di produzione sono diverse, come ad esempio avviene tra Italia  e  Francia  dove  i  prezzi  di  mercato  dell’energia  non  hanno diffenze significative anche se buona parte dell’elettricità d’oltralpe viene dalle centrali nucleari.
Pertanto, come già abbiamo visto con i carburanti, gli attuali aumenti erano prevedibili, mentre l’UE e il Governo italiano, annunci a parte, nulla hanno fatto per modificare le condizioni che hanno favorito l’impennata dei costi. Le proposte in ambito europeo, tutte praticamente riconducibili all’accelerazione dei programmi di aumento di energia prodotta da fonti rinnovabili, appaiono più come un auspicio da libro dei sogni che una reale soluzione alla crisi in atto, viste le tempistiche e le incertezze che si portano dietro.
In conclusione il Centro Studi Politico-Economico di UNARMA ritiene che restando in vigore le attuali regole europee sia in tema di CO2 che riguardo al funzionamento del mercato energetico, non si potrà tornare ai livelli di prezzo del 2020, anche in considerazione delle conseguenze che il protrarsi della crisi russo-ucraina determinerà nel settore dell’energia. 
La nostra economia è fortemente condizionata dall’uso del gas, di cui più del 40% è di provenienza russa, quindi è difficilmente ipotizzabile una sua improvvisa sostituzione con altre fonti o un suo approvvigionamento presso altri fornitori visto il volume di importazione del combustibile sovietico.